Secondo un’opinione diffusa, l’arte – a partire dal Secolo dei Lumi – si sarebbe progressivamente ritratta dal Sacro, abbandonando, con la rappresentazione di temi legati alla religione, anche quel nucleo profondo che sin dai primordi ne aveva sostanziata l’esistenza, al di là delle differenze di culto e del diverso radicamento territoriale. Così, oggi, il gesto dell’artista non consisterebbe in altro se non nel produrre un’apparizione che mostra unicamente la propria sparizione: un “vestigium”, semplice orma o traccia d’un passaggio, per tenerci alla tesi di Jean-Luc Nancy.
Che così non sia (o altrimenti: che la radicalità di questa affermazione si riveli eccessiva) è attestato dal riproporsi costante di riflessioni e di opere che contraddicono l’esaurimento dell’afflato spirituale nell’ambito delle arti contemporanee: da Kandinsky che rivendica la forza profetica dell’arte a Bruce Nauman che in un neon del 1967 proclama: “The True Artist Helps the World by Revealing Mystic Truths”.
Anche al presente, dunque, “l’arte non può rimanere impigliata nel sensibile, così come il sensibile stesso non può sbarazzarsi, come l’immanenza della trascendenza, dal suo intreccio fra simbolico e sovrasensibile”.

È appunto questo intreccio che Roberto Perotti scandaglia nei suoi lavori più recenti. Vi si immerge facendo perno sulla forma-figura della Cupola, elemento architettonico che unisce le culture dell’Occidente e dell’Oriente e, nell’innalzarsi dalla terra verso l’alto, si dà come avvincente metafora del protendersi oltre; si atteggia, nella volumetria emisferica, a “specchio del cielo” di cui assume in sé la volta stellare; designa, nella sua divina proporzione, fra l’ampiezza della base circolare e la convergenza puntiforme nel culmine, il perfetto “contenitore del senso della totalità che tende all’Uno”.

Nella trama di significati che alla Cupola si connettono, l’artista non privilegia gli aspetti legati alla ritualità religiosa. “La mia tematica – chiarisce – non deriva da questo né intende in alcun modo alludervi: essa è la traduzione della più essenziale tra le caratteristiche umane: quella di confrontarsi con il limite del comprensibile, con la sua angoscia, con la sua grandiosità incommensurabile”.
Nella resa visuale di un soggetto così elementare, ma così complesso nei significati, Perotti fa ricorso alle attitudini acquisite nella progressione del suo itinerario artistico: la liberazione del segno coltivata attraverso la pratica dell’action painting; la rappresentazione sintetica dell’ambiente umano, risolta nell’accostamento di tracce cromatiche verticali atte a schematizzare, volta a volta, assembramenti di persone o profili di città; la flessuosità compositiva dispiegata nel ciclo della “realtà invisibile”.

Dalla contaminazione fra questa pluralità di modi espressivi scaturisce un registro pittorico di ampiezza inusitata: talora la cupola si dispone sulla tela come profilo remoto, tratteggiato in contorni snelli, contrapposto al colorismo intenso dello scenario urbano che gli fa cornice; in altri casi, e in specie nei dipinti di minor dimensione, la sagoma emerge invece, quasi in rilievo, da una materia densa e mobile, imbevuta di luminosità.
Lontananza e presenza si alternano nei lavori di questo ciclo tuttora in divenire: in un viaggio ove la meta, prossima o distante, è sempre da raggiungere; in un cammino  attraversato sempre “su fil di lama”.

Sandro Ricaldone

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